L'IMMERSIONE RACCONTATA DA ...
Nicola Tomasello
Lo Scoglio di Formica: il camaleonte
Porticello (Palermo), 15 dicembre 1995
Giungemmo al molo Sud alle 14.50. Quei cinquanta minuti di ritardo pesavano nel sole
sospeso sul monte Catalfano. "Sol-euntum", pensai, e subito la città fenicia
abbagliata lassù come in un dipinto d'epoca, sembrò un'allusione antica a quello
scenario.
Porticello era umido ma non pioveva, pur se dicembre era presente in ogni angolo del
porto. Un alito gelido bruciava il volto rivolto a tramontana, sul mare che sonnecchiava
disteso.
L'immersione fu confermata, e subito, come due contrabbandieri in fuga, doppiammo il
fanale rosso con a bordo il carico consueto di bombole, pesi, fari, mute.
-Formica ?- proposi con ottimismo , indicando Est.
-Formica - assentì il mio compagno sorridendo a sua volta - ma senza
"cincischiare" - aggiunse guardando l'orologio e osservando il cielo, lungo una
parabola fino al sole che ora cercava nel monte il suo sipario.
L'emozione di una immersione comincia con l'idea stessa di farla. Ma è quando in barca
cominciano i segni, gli ammiccamenti con il compagno come se si fosse già sott'acqua, che
si entra nel vivo di una atmosfera magica.
Il mare ti entra nella testa e questo comunicare segnico continua, tra subacquei, ancora
sulla terra ferma, quasi come un rito che si ripete. Ora la secca era sotto la barca, come
il fondo di un acquario. Le castagnole guizzarono compatte al tonfo, quando la fedele
compagna a quattro marre si immerse a cercare un sicuro appiglio.
I gesti erano quelli di sempre, quella di sempre era la commozione nuova di una nuova
avventura che riempiva l'aria di attesa, di aspettativa, di meticolosa euforia: il
montaggio accurato dell'attrezzatura, la vestizione controllata. Astronauti pronti
all'ennesima missione.
Scegliemmo il lato Nord. Due volte OK e la mano alta sul "vis" fu il saluto alla
superficie. Il mare ha veramente una taglia per tutte le misure ed indossarlo sulla muta
non lo dissuade dal vestire anche la pelle come un gioco dispettoso che mi prende ogni
volta di sorpresa. Sotto la mascherina, il naso tra le dita mi diede il via libera alla
discesa ed il piccolo schermo di vetro temperato cominciava a trasmettere la sua magica
diretta. In controluce vidi volare "Nembo Kid" trainato in picchiata da un
aquilone giallo. Non era ebbrezza. Quando si fermò a mezz'acqua, in una opaca nebbia
dantesca, proponendomi di scendere più giù, riconobbi il mio compagno, che cercava acque
più chiare per la videocamera, stabilizzata dagli alettoni. Il manometro indicava 195, il
profondimetro segnava -20, l'orologio contava 7 sulla ghiera esterna.
Formica è la parte emergente dello scoglio: curiosamente a forma di ceppo d'ancora con le
estremità rivolte a 90° esatti l'una, a 270° esatti l'altra e scavata al centro come a
porre un suggestivo enigma. La parte immersa è sicuramente un "camaleonte" che
sdraiato su un fondale di sessanta metri, si trasforma alternando colorate vetrine di
merletti, coralli multiformi, a guglie tetre di castelli incantati; da paesaggi infernali
a giardini arabeschi, dove musdee, saraghi, ricciole, gronghi passeggiano osservati da
superbe murene e timide aragoste in tana a seconda dell'umore. Mentre nelle sue rughe
simmetrie bizzarre si aprono, si chiudono, ora mostrando ora nascondendo, e restituendo
anfore intere, cocci e lucerne greche, s'insinua in questo gioco affascinante la presenza
di navi senza età custodite nel suo ventre, fanghiglioso e sabbioso, come dalla più
efficace alchimia. Museo liquido di archeologia viva, dove il reperto implica ancora
l'azione e l'azione rivela la presenza esplicita dell'ombra del passato.
Continuando a scendere, infatti, entrammo in una zona di buona visibilità e quando
virammo di pochi gradi a dritta, non fu una sorpresa vedere il grande ceppo di piombo, che
nel suo silenzio millenario, riportava i clamori lontani della grande quanto fragile Roma
imperiale. Qualche metro più giù, la videocamera, con i fari accesi, era una capsula
spaziale che sorvolava la vegetazione fitta di una collinetta, enorme fioriera di diafane
retepore, di gorgonie, di spugne dai mille cromatismi. L'anima si acquietava come
accarezzata da una donna amata.
Un guscio d'uovo
di squalo gattuccio era legato ad un ramo di paramuricea: grandiosa rappresentazione di
sincronismi e precisi equilibri simbiotici che la natura offre a se stessa, incurante
delle emozioni che suscita nella nostra limitata mente. La capsula si lasciava guidare
docile ed ingoiava trasparenze dinamiche di forme e colori irripetibili, silenzi di
quell'isola sommersa che porta i segni di cruente lotte nelle maglie di reti squarciate,
perennemente in agguato, dove la vita non è più evento evolutivo ma agonia sofferta.
Urlo d'amore e d'odio che coinvolge l'uomo.
Eravamo a quota -53 da oltre dieci minuti ed il mono di 15 litri stava comunicando 100 di
pressione: guardai il polso sinistro sapendo di non vedere il mio computer e mi rammaricai
ancora della dimenticanza. Dall'abisso ritornava l'eco del respiro lento e profondo.
Eravamo certamente fuori curva di sicurezza, feci un rapido (si fa per dire) calcolo ed
ipotizzai 400 litri per arrivare all'interno delle 2 A.T.A. dove avrei avuto un' autonomia
che stentavo a calcolare per le 6 "atmosfere assolute" che pesavano più sulla
mia logica che sul mio corpo. La coscienza di ciò mi creò uno strano disagio che
scomparve quando il mio compagno indicò la risalita.
Alfonso è un sub esperto che sa infondere fiducia alla bisogna e, per la sua innata
generosità, è un compagno prezioso in tutte le immersioni. In quel momento mi fidavo di
lui ed ero certo che egli aveva sotto controllo tutti i parametri, che io non avevo, e che
ci avrebbero portato in sicurezza fuori dall'acqua. Ma il mare è più di quello che
sappiamo. Risalivamo lungo quel fianco squarciato del camaleonte, osservando tra le sue
viscere colli rotti di anfore fenicie, puntali incrostati e poi......nella scarpata, come
una trave divelta, un sogno era realtà sotto i nostri occhi: un' ancora litica di un
metro e mezzo per quindici centimetri, del IV sec. A.C., di cui si narrava la presenza.
Toccarla fu una emozione che non ha parole. Andava ad arricchire l'elenco di segnalazioni
fatto ai Beni Culturali. I cannoni del galeone spagnolo del '700 giacevano sul fondo del
versante opposto, vicino all'ancora di veliero: presenze sparse di antichi popoli, come se
le civiltà di differenti cronologie, naufragando, si fossero date appuntamento qui alla
Formica, aspettando il giudizio della storia.

La Formica di Porticello è perciò una biblioteca, unica
nel suo genere, attualmente gestita come un bivacco, anzi non gestita affatto e quindi
esposta a qualsiasi vandalismo. L'offesa peggiore che possiamo fare alla memoria del
nostro passato che qui riposa, è di seppellirlo definitivamente sotto le macerie della
nostra ignoranza che tutto divora con avidità, ancorché conoscerlo, custodirlo e donarlo
alla cultura del futuro come linfa vitale.
A quota -30 il capriccio delle correnti ci regalò un'acqua di cristallo, dove il raggio
del faro dipingeva un" murale" di colori danzanti, sopra centinaia di
"tavolozze" rosse. E noi, complici felici, girammo insieme a quelle ricciole in
tondo su un campo di stupende gorgonie.
Chi non ama il mare, non lo conosce a fondo e non sa l'amore che può dare l'abbraccio del
suo grembo, persino a degli intrusi come noi. Il manometro infatti inesorabile, con le 50
a.t.m., mi ricordava di essere un estraneo in quel mondo, dove l'uomo è ospite
temporaneo. Pensavo alla riserva d'aria di Alfonso con speranza e timore, poiché
certamente, non avrei terminato la necessaria decompressione, di cui non conoscevo ancora
i tempi; la tabella era di poco aiuto e a quel punto, l'immersione entrava in una fase
delicatissima. Gestire un profilo che deraglia volutamente dai binari del manuale, per
muoversi in una dimensione creativa, è cosa che richiede esperienza e conoscenza. Il
dubbio di non possederle non ti assale quando disputi comodamente in salotto con gli
amici, ma sott'acqua, quando ti ritrovi fermo a -6, dilaniato dal freddo ed appeso ad una
parete che vuole sfuggirti dalle mani, in un turbine invisibile. In queste condizioni, i
cinque minuti di sosta obbligata li vivevo come la tredicesima fatica di Ercole.
Volammo a -3, catapultati dalla fortissima corrente e pinneggiando in giù per evitare una
risalita embolica, e fummo accolti da una parete di morbide astroides, come da una
calamita vellutata. In una nicchia trovammo riparo per fare gli ultimi 25 minuti di
decompressione suggeriti dal "Solution", la cui notizia arrivò alla mia mente
associata alla sirena di una ambulanza. Erano necessari 700 litri d'aria e il manometro,
che il freddo agitava nella mia mano, segnando 25 a.t.m., me ne offriva 375 litri.
Alfonso capì le mie perplessità e rassicurante mi mostrò il suo che segnava 65. Sulla
lavagnetta potevo leggere: "per questa volta non morirai!". A mia volta scrissi:
"forse!" e portai la mano nella zona meno fredda del mio corpo cercando uno
scongiuro. Respirammo in tandem per dieci minuti, fino a quando lo zero del computer di
Alfonso si sovrappose a quello del manometro. Ricevere aria dal compagno è più che un
aiuto determinante, è l'esperienza di un vissuto simbiotico che ti integra nel contesto
biologico marino dove l'aggressività è bilanciata dal patto di solidarietà reciproca
anche tra specie diverse. Bucando la superficie aperta al cielo, ora ci scoprivamo ancora
uomini, il sorriso di approvazione reciproca copriva i segni della fatica. Le parole
furono coperte da un sibilo fendente che d'un tratto rase l'aria e per un attimo guardammo
quella umanità lontana volare alta nello spazio.
Poi fummo di nuovo Nicola e Alfonso.
Nicola Tomasello
torna al LogBook
torna alla HomePage di Diveitaly