L'IMMERSIONE RACCONTATA DA ...
Gianni   

 


 

IL RELITTO DEL "CAPUA"     
(Di Gianni Ferrara, siciliano, abitante a Modena)   

 


Eccomi da solo, o meglio con altri cinque o sei sconosciuti. Non c'è "iumbi" da Modena, istruttore e amico, guida rassicurante delle prime immersioni durante gli esami di brevetto. Pochi minuti di preparativi sotto al fico, davanti al diving center accanto alla vecchia tonnara, poi il moletto, il gommone accostato, la fatica di caricare i gruppi respiratori, indossare le mute, e via! Ho noleggiato tutto, tranne pinne e maschera. D'altra parte, quando si parte in due con la moto, c'è poco spazio.
Agosto 1999. Mio figlio Federico è rimasto a terra a scorazzare con la vecchia Guzzi, portandosi dietro la tendina igloo e le nostre poche cose. In quelle due ore andrà curiosando lungo le strade tortuose e strette nei dintorni del parco naturale dello Zingaro, Sicilia, Italia, Terra, Universo.
Percorriamo un paio di miglia piacevolmente ondeggianti e spumeggianti nella scia dell'elica.
Eccoci al gavitello, che se non lo spiegavano, da lontano mi sembrava un pallone bianco perso nella corrente, e invece è trattenuto da una lunga cima attaccata alla ferraglia della prua del relitto, a trenta metri di profondità circa.
Ci sono altre imbarcazioni, ormeggiate sul gavitello. Altri sub già pronti in acqua.
"Troppa gente. Faremo il giro al contrario: dalla poppa."
Apro il rubinetto dell'aria e controllo la pressione: 200 atmosfere, tutto ok. Indosso pesi, giubbetto e bombola, le pinne, tiro su il cappuccio della muta, indosso la maschera. Mano sulla maschera a trattenerla, l'altra mano a trattenere il giubbetto "gav" verso il basso, e giù! a capovolta di schiena. Freddo, acqua, blu, bollicine...
Sono in acqua. Ritrovo il sopra e il sotto. Poi la destra e la sinistra. Le mani, intendo. Lascio il tubo respiratore (dovrei scrivere "snorkel", fa più "in", ma preferisco il rozzo buon italiano di una volta...) e infilo fra i denti l'erogatore dicendomi accidenti compratene uno, chissà questo da quante bocche è stato addentato.
"Al segnale di ok tutti giù dietro di me. Poi al mio segnale lasciate la cima: passiamo sopra il relitto fino a poppa, poi stiamo sempre vicini, a coppie come stabilito, ed entriamo ad una ad una nelle stive. Con la torcia vi indicherò una cassetta di munizioni che è rimasta dentro."
Vittorio Ballerini, l'accompagnatore, è calmo, infonde sicurezza. Ci guarda negli occhi uno per uno, poi fa l'ok unendo pollice e indice, quindi con il rituale segno del pollice verso, si avvia, e noi subito dopo di lui.
Guardo giù mentre inizia la discesa. Accidenti è tutto blu, striato attorno a me da fasci di luce solare, taglienti e rapidi come lampi, che penetrano solo di qualche metro. Nulla, verso il basso non si distingue nulla! Una leggera sensazione di claustrofobica angoscia, che conosco e che dura pochi secondi, mi attraversa e mi abbandona rapidissima, sprofondando, precedendomi nel blu.
In certi casi la si può ritrovare a sorpresa laggiù. Bisogna stare sempre attenti, non perdere il controllo, ricordarsi di tutto ciò che si è imparato, mantenere la calma.
Seguendo la cima, lentamente mi accarezzano sempre più lenti i secondi ed i minuti della calma siderale che di solito mi pervade ad ogni immersione. Placida e tranquilla sensazione di "non tempo". Ogni volta è così, torno ai primordi acquatici delle specie viventi, forse memorizzati nei meandri più nascosti del mio patrimonio genetico.
"Se potessi rinascere, sarei un delfino": fra i sei e i quindici metri è il viatico mentale di ogni mia immersione, specie di questa mia prima volta nel blu profondo senza fondo...
Ecco: una sagoma blu nel blu. Si, la distinguo, ora che diventa lentamente un po' più grigia, spettrale ammasso di ferraglia arrugginita, che a questa profondità non può ostentare i colori della ruggine: è la prua del Capua.
A terra ci hanno raccontato che è un mercantile, neanche tanto grosso, che trasportava armi. Affondato a seguito di un incendio nel 1943, in piena guerra mondiale.
E' poggiato in perfetto assetto orizzontale su un fondo sabbioso, intorno ai 34 - 35 metri di profondità.
Troveremo tutto vuoto, ci hanno spiegato: comandante ed equipaggio avevano pensato bene di vendere il carico, poi simulare un incendio accidentale ed autoaffondare la nave. A quella profondità, irraggiungibile all'epoca, nessuno avrebbe mai dovuto accorgersi del furto. Con calma, hanno poi abbandonato la nave, mettendosi in salvo senza affanni. I vecchi del luogo dicono che bruciò alla deriva per ore, prima di affondare lentamente.
Lentamente, in gruppo, pinneggiando "sorvoliamo" il relitto, a quattro, cinque metri sopra il ponte di coperta. La nave è intera, riconoscibilissima. Le sovrastrutture, come il ponte di comando, le gru e le varie attrezzature, già distrutte dal fuoco, in tutti questi anni sono lentamente crollate su se stesse, formando ammassi di ferraglia informe sul ponte e dentro le stive.
Per un momento presto attenzione al gorgoglìo delle bollicine rilasciate al ritmo lento del mio respiro.
Entriamo nella stiva di poppa, attraverso un grande boccaporto. Ecco la cassetta con pochi strani oggetti, forse piccole bombe o proiettili di cannone. Passo a rispettosa distanza.
Dobbiamo fare attenzione, pinneggiare a mezz'acqua senza toccare il fondo, altrimenti si alza una nuvola di sedimenti arrugginiti, e sarebbe come nuotare nella nebbia buia.
Ad una ad una esploriamo le varie stive, fino a prua, uscendo e rientrando dai boccaporti in una strana gimcana verticale volante, su e giù, lenta ispezione, oblò che separano acqua da acqua, stretti passaggi, pezzi di lamiera, colonne di ferro, e poi ancora su, e ancora giù.
Siamo in un scatola di ferro arrugginito totalmente immersa. Stranamente, anche se non avevo mai fatto una cosa del genere, non ho nessuna sensazione di angoscia. Forse perchè è esattamente come me lo ero immaginato o come ho visto talvolta in televisione. Resto un po' deluso, mi aspettavo emozioni più forti...
Mentre sono in una delle stive, vedo gli altri andare avanti. Mi trovo un po' in alto, quasi a sfiorare la superficie inferiore del ponte. Devo andare col gruppo, non posso restare solo. Mi giro, ma qualcosa o qualcuno mi strappa il respiratore. Mi fermo, trattenendo l'erogatore con i denti.
C'è qualcosa che non va, ma sono ancora attaccato all'erogatore e respiro regolarmente. Calma.
Ritento. Ma al mio movimento, ecco di nuovo lo strappo... Chi sarà mai quello stronzo che?...
Vediamo: ho sempre il secondo erogatore, fermati, stai calmo, osserva e rifletti, mi dico. Tanto qui sotto sei solo, nell'acqua: non puoi certo urlare e chiamare aiuto.
Giro lo sguardo a destra (la visione, con la maschera, è sempre un campo limitato) e vedo che la "frusta", che è il tubo nero che collega la bombola all'erogatore che ho in bocca, passa attorno ad un grosso palo in ferro, come la catena di una bicicletta attorno ad un palo di strada. Oh, cazzo! Non sono nato e cresciuto qui dentro, com'è che mi ritrovo incatenato al palo di questo relitto?
Non penso a chiarire il mistero e faccio ciò che più semplicemente mi viene in mente, memore delle numerose esercitazioni. Tolgo l'erogatore, lo passo attorno al palo e poi lo rimetto in bocca. Grazie, iumbi ! mi hai addestrato proprio bene, penso. Poi guardo giù, la colonna arrugginita non raggiunge il fondo, e capisco che distrattamente l'avevo "infilata" risalendo leggermente di quota, mentre ero distratto dall'osservare verso l'alto le piccole sacche d'aria che i numerosi sub hanno lasciato prima di me nei punti più alti di quella stiva.
Credevo di essere solo, e stavo quasi per complimentarmi con me stesso per il sangue freddo e la prontezza, quando attraverso la sua maschera vedo gli occhi di Vittorio ed il suo interrogativo "ok" pollice ed indice uniti. Bene, in questi casi, con un buon accompagnatore, non si è mai davvero soli.
"Ok, ok!" rispondo con la mano sinistra, togliendo contemporaneamente con la destra il respiratore per un attimo, per mostrargli il migliore dei miei sorrisi. Rimetto l'erogatore e mi unisco al gruppo, che era già nella stiva successiva.
Siamo a prua, e mentre Vittorio a gesti ci raduna davanti alla battagliola per la risalita, dato che mi sento fortissimo e molto in gamba, mi concedo una piccola trasgressione e vado giù ancora qualche metro proprio accanto alla scritta "CAPUA", che voglio toccare leggermente. Sarà il premio per le belle emozioni, o una leggera "ebbrezza" da profondità, ma in questo momento mi sento davvero bene, e felice di vivere. Non esistono dolori, sofferenze, pene d'amore, mutuo da pagare, capufficio rompiballe, bollette del telefono... Nulla, solo il blu attorno, che è il colore del non pensiero, della beata leggerezza dell'essere... La risalita è lenta, fra migliaia di bollicine. Non è prevista sosta di decompressione, ma alla rituale sosta di sicurezza, tre minuti, a circa tre o quattro metri di profondità, faccio come al mio solito: mi appendo alla cima, disteso a pancia in su, gambe divaricate, beatamente appeso nel blu come fossi nel vuoto, immerso fra le bollicine degli altri che salgono accarezzandomi come in un idromassaggio, piacevolmente trafitto dai mille barbagli di luce solare che penetrano dalla superficie, mentre l'incerta sagoma delle imbarcazioni si disegna tremolante davanti a me.
Poi si torna. E' tipico di queste immersioni di gruppo: durante il viaggio di andata in gommone ci si comporta normalmente, con gentilezza, poche parole, qualche garbata battuta.
Durante il ritorno in gommone, anche se ci conosciamo da due ore, e per lo più non abbiamo conversato ma solo "vissuto" insieme un unico concerto di emozioni, l'atmosfera è frizzante, allegra ed amichevole. Ci diamo tutti del tu, senza limiti di età, scherziamo gli uni con gli altri, raccontiamo, commentiamo, ascoltiamo volentieri, ci aiutiamo a riporre l'attrezzatura.
Vittorio regge il timone con una mano, con l'altra fuma tranquillamente una sigaretta, il cui mozzicone finirà giudiziosamente in una bottiglia in plastica con un po' d'acqua in fondo per poi finire nei rifiuti una volta sbarcati: noi sub rispettiamo la natura.
Più tardi, disteso sulla brandina del diving, mi rilasso all'ombra del fico, mangiandone voluttuosamente un paio di frutti. In mente, accompagnandomi con pochi facili accordi suonati (immaginati) sulla mia vecchia chitarra di legno che non ho qui con me (do solsettima do tummble mblè!) canticchio fra me e me una divertente parodia, che Guccini ha dedicato proprio ai fichi, sulle note del popolare "io non capisco la gente / che non ci piacciono i crauti..." sostituendo i fichi ai crauti:

Il fico fa bene alla vista... / ... gli uccelli ne mangian quintali
e quasi nessuno ha gli occhiali...
ma questo è un segreto di "poch". (è per la metrica: gli occorreva un verso tronco)
Ma questo è soltanto uno scherzo / di quello che giova in salute:
su in Svezia che han larghe vedute... / ... i fichi la mutua li dà.
Te prova ad andar sotto un camion / oppure va sotto a un tranvai
poi vai sotto un fico e vedrai / di quanto starai tu più ben.

Sento Federico che conversa a bassa voce con qualcuno, mi giro su un fianco e, in attesa dello spuntino di mezzodì, mi addormento. Placidamente. Beatamente. Sognerò il blu.








 

 


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