L'IMMERSIONE
RACCONTATA DA ...
Giovanni
Capo Sant’angelo ad Ischia
Sono le 7.45 di una domenica
di marzo, sono il primo del gruppo nella scaletta degli imbarchi con l’auto.
Il nostro traghetto parte alle 9.55, ma
siamo costretti a muoverci presto per colpa dell'annuale maratona cittadina
qui a Napoli: bisogna essere fuori del perimetro urbano entro le 8.30.
Partiamo dal porto di Pozzuoli, il più vicino alla nostra meta: capo
Sant’angelo ad Ischia. Prelevato Francesco, torniamo a casa di Stefano
a
prendere la moglie Silvana con Alice, la nostra mascotte di soli due anni e
subacquea del futuro. Sbarcati a Ischia porto, passiamo per Forio, non senza
difficoltà perchè il mare ha distrutto un pezzo del costone e
la relativa strada, per prelevare alcune attrezzature subacquee nella casa ischitana
di Silvana.
Arrivati giù a Sant’angelo fin dove è possibile arrivare
con la macchina, scarichiamo le attrezzature. Caricato tutto su uno di quei
grandi
carrelli elettrici che si possono noleggiare sul posto, scendiamo lungo la stretta
stradina che conduce al borgo e poi lungo l'istmo fino al tombolo dove c'è
la ricarica del Roja d.c. Il titolare, Diego, ha appena terminato un'immersione
ed è intento a sciacquare l'attrezzatura. Sta monitorando per conto della
Stazione di ricerca di Napoli lo stato di salute delle gorgonie del promontorio.
Pare che ultimamente le Eunicelle siano aggredite da una tipo di alga che le
soffoca.
Chiediamo informazioni sulle condizioni del mare. La risposta non ci conforta
molto: "Non si sa bene, forse un fenomeno primaverile, ma fate attenzione
perchè l'acqua è verde. Nei primi venti metri non si vede assolutamente
nulla. Inoltre, un peschereccio si è perso un intero tracciato di tramaglio,
parecchie decine di metri che in alcuni punti sbarrano la strada in parete".
Scarsa visibilità e reti: cominciamo bene!
Trasportiamo tutto il materiale col carrellone del diving per altri cento metri
fin sul molo del porticciolo e iniziamo a prepararci. Siamo soli, eccettuato
un nutrito gruppo di gabbiani che vivono sulle alte pareti tufacee del promontorio,
detto anche tombolo, che con il loro stridio ci
tengono compagnia.
Preparato il gruppo, indosso la muta. Non indosso il sottomuta abituale di polartec
ed ho messo solo una leggera felpa, un bermuda e calzerotti di cotone. In breve
siamo in acqua nel porticciolo deserto in inverno; ci tocca nuotare per circa
200/300 metri fino ad una leggera rientranza poco prima della punta dove inizieremo
la discesa. Il tutto avviene con mare tranquillo, senza corrente e nuotando
in superficie.
Arrivati al punto prestabilito, ci consultiamo un ultima volta sul percorso
e sulle eventuali emergenze. Scendiamo molto aderenti alla roccia per avere
un primo rassicurante contatto con il fondo che qui precipita quasi verticalmente
fino a oltre cento metri. Appena messa la testa sotto il pelo dell'acqua, mi
rendo conto che la visibilità è molto scarsa: non si vede quasi
nulla. Una prima leggera compensazione nella muta, una al gav per rallentare
la discesa, non vedo il fondo e nemmeno i miei due compagni, nonostante abbiamo
iniziato la discesa ad un paio di metri l'uno dall'altro.
Sui -12 metri vedo un ombra giallastra, un po' più in basso e discosta
da me, che credo essere uno scoglio del fondo. Invece è il bibombola
di
Stefano... almeno sono in contatto visivo con uno di loro. Sui - 20 metri, come
per incanto, la visibilità si apre ma devo frenare la mia discesa
perchè mi trovo quasi a finire in una rete, tesa ad un paio di metri
dal leggero gradone di roccia che poi precipita in basso per altri 50 metri.
Ci ritroviamo tutti insieme e passiamo olre la rete. Penso che se fosse stata
una decina di metri più in alto ci sarei finito dentro senza nemmeno
accorgermene. Mi ricordo le parole di un amico purtroppo scomparso: "ogni
immersione fa storia a se, bisogna stare sempre svegli e pronti a tutto. Non
è solo la profondità il problema, come molti pensano, ma sopratutto
tutti i mille imprevisti che capitano, e capitano sempre nei momenti peggiori,
quando siamo meno preparati ad affrontarli".
L'acqua è ora chiara e la visibilità è tornata quella solita
di questo posto magico, ma lo strato superficiale torbidissimo scherma la luce
del sole. Siamo sui - 50 mt., ma c'è pochissima luce, un po' come in
alcune zone del nordatlantico. Chiudo al massimo la valvola di scarico della
muta, compenso in negativo il gav e gonfio di più la stagna, per ottenere
a questa quota una condizione di confort ottimale, sebbene con un neoprene alta
densità di 6 mm. si stia bene anche con la muta collassata e indumenti
poco protettivi come i miei.
Un po' più in basso di noi Franz ha visto qualcosa. Una bel pesce Sanpietro,
molto frequente qui specie in questo periodo. Affatto impaurito, riusciamo persino
a giocarci un po' prima di ottenere una qualche reazione stizzita. Siamo a -
57 metri e decidiamo di riprendere la direzione del porticciolo portandoci a
quote più elevate.
Incontriamo un altro striscione di rete lunghissimo e aggrovigliato, troppo
per tentare una bonifica. Non ci arrischiamo e proseguiamo oltre. Vediamo un
grosso polpo che ci investe con un getto di nero e fugge. Una cernia scatta
da una piccola rientranza nella roccia e vola verso il nero, in basso. Noto,
all'ombra di una grossa paramuricea, una bella famigliola di Peltodoris atromaculata,
meglio conosciute come vaccarelle di mare per la loro colore simile a certe
mucche. Una piccola murena ci guarda dubbiosa, mentre attraversiamo nuvole di
anthias.
La nostra lenta ascesa ci ha, ormai, portato alla fine del promontorio dove
la roccia tufacea incontra i primi massi granitici dell'antemurale.In quel basso
fondale ultimiamo gli stop.
Siamo ormai nel porticciolo e, dopo aver svestito i gruppi e assicuratili alle
cime, saliamo sul molo. Incontriamo un gruppo di sub "all'asciutto"
con i quali ci fermiamo a parlare un po' mentre smontiamo e riponiamo le attrezzature.
Nel tardo pomeriggio, ci concediamo una meritata pizza a Forio, al caldo di
un bel camino, in attesa dell'ora di imbarco sul traghetto che riporterà
a casa in 1 ora e 30 circa. Ci serve per scambiarci ulteriori commenti ed emozioni,
nonché giocare con la piccola ed irrequieta Alice.
Un' immersione che, nonostante le condizioni contingenti difficili, mi ha appagato
appieno e che ricorderò, insieme a tutte le altre, con grande tenerezza
e nostalgia.
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