L'IMMERSIONE RACCONTATA DA ...
Nino  

 



Il Relitto di Tramontana 

Trapani, 22.7.2004: ci siamo finalmente: era dalla scorsa estate che sognavo di immergermi sul più grande relitto esistente nelle acque di Trapani; complici le cattive condizioni meteo, la mancanza di un’imbarcazione a disposizione, il poco tempo libero, era mancata l’occasione, ma oggi finalmente, ci siamo: il mare è una tavola, il sole risplende forte e luminoso, appena una bava di vento: non posso perdere una giornata così, perciò appena Leo – il mio istruttore – mi telefona per darmi l’OK mi fiondo letteralmente al porto !!!
L’attrezzatura è sempre pronta nella cesta, la bombola è carica, per strada non c’è molto traffico, così in 20 minuti sono già in barca, indaffarato ad assemblare il gruppo ed ascoltare gli ultimi dettagli del briefing .

Ma procediamo con ordine:

il luogo: siamo a pochi minuti di navigazione dal porto di Trapani [Sicilia], circa un miglio e mezzo; sulla costa si osserva l’antica Torre di Ligny (edificio adibito un tempo ad avvistamento e difesa della città dai pirati, ora museo), la cupola della Cattedrale, la vetta del Monte Erice, e, più avanti, lo splendido Monte Cofano che si specchia sul mare.
Fino a poco tempo fa, i riferimenti alla costa erano preziosi, perché l’unico modo di trovare il relitto era la “triangolazione” con una serie di punti a terra; oggi invece il GPS ci guida sicuri dritto alla meta della nostra gita.
Il punto non è a ridosso ma al contrario assai esposto ai venti; nelle giornate brutte immagino si balli un po’; intorno nessuno scoglio o altro. Il relitto è l’unico oggetto presente su questo fondale sabbioso, profondo circa 35 metri.

La storia: si tratta di una nave cisterna per acqua, costruita nel 1951 in Inghilterra e battente bandiera greca, lunga oltre 170 mt. larga oltre 24 e alta quasi 14 mt; si chiamava Pavlos, aveva 34 uomini di equipaggio e navigava dalla Germania verso Milazzo; l’11.1.1978 scoppiava un incendio, al largo di Marettimo, in sala macchine, propagatosi a tutta la poppa, con una forte esplosione; l’equipaggio veniva salvato da un piroscafo norvegese, tranne 2 macchinisti rimasti intrappolati; la nave veniva rimorchiata verso Trapani, ma tra Formica (piccolissima isola tra Trapani e le Egadi) avveniva una nuova forte esplosione e la nave imbarcava sempre più acqua, per cui veniva volutamente sganciata dai rimorchiatori e, dopo una lenta agonia (la prua rimaneva emersa per alcuni giorni) si arenava sul fondale.

Il relitto: il PAVLOS si trova oggi adagiato sul fondale sabbioso profondo 35/38 metri, rivolto verso la costa ed in perfetto assetto di navigazione, ma spezzato in due tronconi: la parte principale (la prua con quasi tutto lo scafo centrale, oltre 100 metri di lunghezza) è integra. In prossimità del punto dove è avvenuta l’esplosione, cioè in corrispondenza di dove si trovava la poppa - sala macchine, vi è lo squarcio che ha appunto reciso in due la nave. La poppa e i resti del castello di comando sono poco distanti (circa 40 metri), mentre alcuni rottami minori giacciono intorno.

La discesa: se il punto GPS è stato segnato correttamente ci si trova esattamente sopra la prua della grande nave. Un buon metodo è a questo punto quello di buttare un pedagno cioè una boa segna sub con sagola avvolta tutto intorno e 2/3 kg di piombo attaccati all’estremità della sagola: la zavorra scende sgomitolando e trascinando la sagola, e si ferma sul ponte di prua del relitto; in questo modo anche se si viene spostati dalla corrente c’è un riferimento certo che localizza il relitto per cui è semplice completare vestizione e scendere lungo la sagola del pedagno, portando con se una fune di ancoraggio (ci si adagia sul ponte di prua e si lega la fune al relitto, approfittando delle ringhiere e bitte).

L’immersione: la corrente a volte presente ed il fondale sabbioso a volte peggiorano un po’ la visibilità, ma oggi sono fortunato e appena messa la testa sott’acqua intravedo la sagoma scura del relitto. Leo [il mio istruttore] si muove con la sicurezza di chi conosce il sito come fosse casa sua, così scendiamo spediti sul ponte di prua. A questo punto vale la pena di fermarsi un attimo a mezz’acqua per lanciare uno sguardo d’insieme: il colpo d’occhio è entusiasmante, il relitto, in assetto di navigazione, si staglia dinanzi a noi in tutta la sua imponenza (supera di molto i 100 metri di lunghezza e la larghezza non è esattamente quella del tender della nostra barca d’appoggio!!!).
Oltrepassata la ringhiera iniziamo a navigare da prua verso la parte finale del relitto, lungo la murata sinistra; furbescamente evitiamo di scendere verso il fondo (nella carena non c’è nulla di particolare da vedere), e ci manteniamo invece sui 20-22 metri, così da potere guardare oblò, boccaporti, scale, ponti coperti.
Pinneggiando veloci giungiamo alla fine del primo tronco del relitto, in pratica nel punto in cui è avvenuta l’esplosione; le lamiere straziate e contorte dello scafo fanno intuire il dramma consumatosi sulla nave, ed inoltre aprono un interessante spaccato dell’interno della nave: è come quando nelle illustrazioni di libri e riviste fanno intravedere in trasparenza l’interno di una macchina o altro oggetto. A questo punto, avendo diligentemente seguito il briefing so che ci si danno due soluzioni: tornare indietro ed esplorare la parte di relitto che abbiamo appena circumnavigato, oppure visitare anche il troncone di poppa.
Leo mi chiede un segno di OK e la pressione della bombola; viste le mie rassicurazioni opta per un fugace sguardo alla poppa: percorriamo qualche decina di metri nel blu, usando l’accortezza di risalire un po’ di quota (dai 29 metri a 24/25) per evitare di accumulare inutilmente azoto. Raggiungiamo così la poppa del relitto: i segni dell’esplosione sono ancora più evidenti, il groviglio di lamiere è difficilmente riconoscibile con una semplice e rapida occhiata, senza avvicinarsi, ma il tempo scorre, e Leo vuole evitare un fuori curva, perciò torniamo quasi subito sui nostri passi. So che alcuni propongono due immersioni separate per visitare i due tronconi del relitto, ed in effetti è l’unico modo per esplorare in sicurezza e con attenzione la poppa (in corrispondenza delle eliche dovremmo essere sui 40 metri ….).
Noi invece proseguiamo la nostra immersione tornando sul primo troncone del relitto, non più percorrendolo lungo la murata, ma navigando in corrispondenza del suo asse centrale, esplorando con cautela le stive ed i ponti coperti, nelle parti in cui l’ampiezza delle aperture rende agevole e sicura la penetrazione stando attenti a non impigliarci o strofinare contro le lamiere taglienti dello scafo; spingersi oltre, ad esempio scendendo le scalette che portano nel cuore delle stive centrali, sarebbe forse suggestivo, ma all’interno c’è solo tanto fango, per cui si aumenterebbero inutilmente i rischi …
Lo scafo non è popolato dalla flora marina (non siamo ai tropici, come mi accorgo dai 14 ° a stento attenuati dalla mia muta umida !!!!), ma si incontra qualche murena, pinne nobilis, castagnole. Proseguendo l’esplorazione verso la prua ci riportiamo al di sopra del ponte, così da ridurre la quota e mantenerci sempre in curva di sicurezza. Un gioco divertentissimo è percorrere la piccola e lunghissima passerella che attraversa il ponte per metà della sua lunghezza, attaccandosi sulle ringhiere laterali.
A questo punto siamo nuovamente arrivati alla prua, cioè a circa 16/20 metri, e facciamo un ultimo giro su di essa, stando attenti al groviglio di reti impigliatesi nel relitto (con cautela liberiamo alcune castagnole catturate da questa inutile trappola sottomarina).
Infine iniziamo la risalita lungo il pedagno, sciogliendo previamente la fune di ancoraggio; soddisfatto, rilassato, ed anche un po’ infreddolito mi godo per un ultima volta la visione panoramica del PAVLOS mentre percorro lentamente i metri che mi separano dalla superficie, smaltendo nel frattempo l’azoto residuo.
Sopra, a parte la solita scocciatura della svestizione, mi aspetta una colazione a dir poco pantagruelica, degno coronamento di una bella mattinata di mare.
A presto Relitto di Tramontana!


Nino

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