Volevo proprio fuggire il più lontano
possibile dallo stress quotidiano e mi lanciai: Papua Nuova Guinea,
non sapevo nemmeno dov'era, ma sicuramente molto molto lontano da qui.
Il viaggio era lungo, ma non importava, tanto avevo programmato di trascorrere parecchio
tempo in quel luogo selvaggio e sperduto.
Dopo una bombardante terapia antimalarica, antitifica, anti-epatite A, con la valigia
ricolma di repellenti per insetti, medicinali per l';intestino, cerotti, pomate, creme
solari, insomma una farmacia ambulante, finalmente partii da Bologna sapendo che avrei
incontrato altri compagni di viaggio a Francoforte, primo scalo previsto. Si dice tanto
sulla precisione del popolo tedesco, ma sinceramente l'aereoporto allemanno si presente
come un labirinto: ci misi almeno 25 minuti per trovare il luogo dove avrei dovuto
ritirare il bagaglio che era rimasto solo su quel nastro mobile in qella specie di bunker
introvabile.
Finalmente mi diressi al luogo d'incontro, il check-in per Port Moresby, e lì vi furono
le presentazioni con i compagni di viaggio: da Torino, Firenze, Cesena, Biella e Bergamo
tutti subacquei come me, pesantemente "imbaggagliati"; (attrezzature varie,
videocamere sub, eccettera); fortunatamente la Singapore Airline consente di trasportare
fino a 30 kg di bagaglio senza sopratasse, e così appare una compagnia aerea adatta per
il turismo subacqueo.
Dal progaramma di viaggio che ci era stato consegnato dal tour operator, era previsto l'arrivo
a Singapore per le 6.00 locali e la "coincidenza" per Port Moresby alle ore
22.30, ma la cosa non mi turbava, anzi, ero felicissima di avere una giornata intera per
visitare quella città della quale conoscevo qualcosa grazie a documentari televisivi.
La prima avventura la vivemmo proprio all'aereoporto di Singapore dove un compagno di
viaggio non trovò più il suo bagaglio con l'attrezzatura subacquea; ci volle qualche ora
nell'ufficio "lost and found" che fu ben ripagata dalla gentilezza dell'impiegata
la quale non esitò a fornire il fortunato compagno di viaggio di un beauty-case (inutile
per fare immersioni) e di varie scatole di cioccolatini per addolcirgli l'inizio del suo
lungo viaggio incominciato non molto bene (più che altro fummo addolcite noi donne da
quei fantastici cioccolatini).
Dopo lunghe e interminabili camminate lungo gli ampi corridoi dell'aereoporto di
Singapore, dopo gite turistiche nella sopraelevata congiungente il terminal A con il B e
viceversa, alla disperata ricerca di quel pullman che ci avrebbe trasportato gratis round
Singapore (almeno così dicono le guide), giungemmo alla saggia decisione di prendere due
taxi per arrivare nel centro della città.
Già dall'odore del luogo sentivo di non essere più nel mio continente: profumi floreali
e speziati accarezzavano il mio naso, trasportati da un vento caldo e secco.
Enormi palazzi mi costrinsero a svariati torcicolli ( pensai a New York).
Passeggiammo lungo il viale principale soffermandoci ad osservare vetrine di negozi
particolari: addirittura un unico negozio per la vendita di preservativi!
Incredibili e tipici sono i divieti imposti agli abitanti e turisti della città (no
split, no come da t-shirt souvenir acquistata da ogni bravo turista) necessari per tenerla
pulita proprio come mi si è presentata in tutta la sua lucentezza.
Come ogni grande città anche Singapore ha la sua Chinatown: negozietti di spezie varie,
polpetti essicati al sole con contorno di mosche affamate, bisciette sotto alcool. Le
vetrine si presentavano multi-colorate e piene di prodotti di ogni genere.
Una rapida visita al tempio indù e poi alla ricerca della funivia per raggiungere l'isola
di , un parco nel quale c'è un acquario, tappa d'obbligo per noi subacquei.
In tale acquario di Singapore fa una certa impressione l'affollamento di fauna marina in
piccole vasche che però si presentano ben disposte e visibili ai turisti: originale è il
tunnel da dove si possono vedere gli squaletti da ogni angolazione (soprattutto dal basso)
senza muovere un piede (tanto ci pensa il tapirulan al trasporto persone); questa tappa fu
il primo assaggio della successiva crociera subacquea, attorno all'isola di Kavieng, che
avrei fatto come previsto dal programma di viaggio.
Nonostante l'aereoporto di Sigapore presentasse tutti i comfort per quei viaggiatori
costretti a trascorrervi lunghe ore di attesa, nonostante una fantastica e rilassante
doccia, un viaggio in internet, una passeggiata tra i duty-free, ero comunque stanca dopo
due giorni interi di viaggio; eppure fui molto interessata a confrontare le varie
compagnie aeree tra loro.
Dopo aver assaggiato le "specialità" gastronomiche che le differenti compagnie
aeree mi proponevano, dai piatti elaborati tipicamente orientali a semplici assaggi
papuani, passando dalla cura e raffinatezza delle hostess singaporesi dai lineamenti
orientali, alla possenza e sobrietà di quelle papuane, dopo essere penetrata tra le
nuvole cumuliformi del centro della Papuasia, dove nascono e muoiono violenti fulmini,
finalmente ero giunta alla meta più desiderata di questa lunga e insolita vacanza:
Kavieng, una delle isolette situate a nord-est della penisola; questa volta ero proprio
fuori dal mondo!
Ad accogliere me e i miei compagni di viaggio conosciuti per l'appunto durante le infinite
ore di volo, ci aspettavano alcuni membri dell'equipaggio del grande e lussuoso
catamarano, battente bandiera australiana, dal nome che era tutto un programma: Paradise
Sport (www.mikeball.com).
Dopo un'accoglienza dedicata al solito briefing sulle norme da seguire a bordo, eccoci
pronti alla prima immersione di controllo pesata in acqua per l'assetto giusto,
funzionalità dell'attrezzatura, compagni d'immersione. Insomma le solite cose (e non
avevamo ancora disfatto le valige!).
Il tour completo si svolse attorno all'isola di Kavieng e quindi, date le corte distanze
tra un punto e l'altro d'immersione e l'elevata velocità di crociera del "vessel",
non ci rimaneva molto tempo libero tra un'immersione e l'altra considerato che se ne
facevano 4 al giorno e che pure durante il pranzo l'occhio affondava nel mare appena si
notava lo spruzzo di una balena seguito poi dalla sua enorme coda!
I punti d'immersione:
· Banco d'Echuca e relitto dello "Der Yang": relitto di un
peschereccio perfettamente posizionato, circondato da grossi banchi di carangidi;
· Reef delle Tartarughe: giardini di corallo duro sono la cornice di
tartarughe pacifiche che si lasciano trasportare da correnti a volte difficili da
dominare, ma che garantiscono la presenza di vita in queste acque ancora poco contaminate;
· Chapman's Reef: enormi pesci pelagici accompagnano incuriositi i
subacquei affascinati da branchi di barracuda: qui è tutto più grande!
· Middle way reef: è stata questa la notturna più indimenticabile che
abbia mai fatto: tartarughe, gamberi, aragoste, paguri. La notte è sempre molto affollata
da queste parti ;
· Silver tip reef: famigliole di squali grigi e pinna bianca che
accerchiano i sub quasi con aria minacciosa;
· Kavieng warp: una semplice immersione a 10 mt sotto il porto dell'isola,
ma con tante cose da vedere cercandole dentro tubi dimenticati, tra i pali in legno che
reggono la struttura del porto.
L'equipaggio del Paradise Sport, una fusione di razze e nazionalità convogliate in quel
luogo sperduto per motivi e storie personali, non esitava a soddisfare ogni nostra
richiesta; ogni volta che si attraccava vicino a terra, canoe di papuani (banana boats)
raggiungevano il grande catamarano per vendere aragoste e frutta fresca che puntualmente
costituivano i nostri pasti (www3.sympatico.ca/divephoto).
Zanzare permettendo, riuscimmo a visitare un villaggio incontaminato: i suoi abitanti
erano molto contenti di accompagnarci per le "strade": là i bambini non
chiedono niente ai turisti che sono visti come un pubblico a cui mostrarsi e con cui
giocare.
E questo fu il primo contatto con la popolazione locale, l'inizio della tappa successiva
del viaggio, nel cuore della giungla papuana.
Lasciandoci alle spalle un cielo stellato mai visto, eravamo pronti, e anche un po'
dispiaciuti, a lasciare il Paradise Sport, incuriositi dalla successiva escursione che ci
aspettava.
La prima tappa la facemmo sulla stessa isola di Kavieng: qui una guida locale ci portò in
mezzo alla rain forest dove vivevano e lavoravano gli intagliatori di legno, attività
caratteristica del luogo.
La nostra guida, priva di una cultura "anti-inquinamento" tipica dei paesi
sviluppati, ci mostrò come, a causa del poco cibo a disposizione sull'isola, molti
abitanti per combattere la fame masticano il "buai" (bettle nuts): una sorta di
frutto che lascia in bocca un colore sanguineo (e altrettanto a terra dopo che viene
sputato).
L'ultima cena a Kavieng la facemmo su un'isoletta, in un lodge immerso nella natura: cena
rigorosamente a base di pesce da contendere con formiche e altri insetti contenti di
passeggiare tra un piatto e l'altro in cerca di avanzi.
Ma la meta successiva sarebbe stata sicuramente la più selvaggia nel cuore della giungla:
Tari, un villaggio dove, dato l'elevato tasso di furti, ogni albergo per stranieri appare
esternamente come una base militare, circondato da mura e filo spinato nonché da uomini
armati che vigilano sui turisti, fonte di guadagni per il paese.
La zona di Tari è stata denominata dai primi esploratori "la terra delle meraviglie"
dove ancora oggi vengono vissute nella ricca tradizione culturale della tribù degli Huli
e delle donne dei villaggi di Mendi.
Avevo già provato la sensazione di pace che nasce quando si dorme in mezzo alla natura,
ma è sicuro che all'Ambua Lodge è la natura stessa che entra a far parte del nostro
corpo e spirito.
Le numerose escursioni fatte nella rain forest mi diedero un arricchimento non solo
culturale, ma anche emotivo, morale: popolazioni semplici, ospitali, dai piedi enormi, dal
naso grosso, dal sorriso facile e sicuramente estranee alla vita frenetica delle grosse
città, trasmettevano serenità e amore verso la natura.
Chi si addentra nella foresta alla ricerca di quello che è diventato il simbolo del
paese, l'uccello del paradiso, sa che ogni giorno (e precisamente alle ore 16) e solamente
per un'ora, piove violentemente e questo favorisce la rigogliosità delle piante e la
potenza delle cascate.
Eppure anche da queste parti il buio della notte favorisce atti di violenza tra famiglie:
tradimenti e furti vengono segnalati da grida umane che si disperdono nell'oscurità
totale; qui le donne dei villaggi passeggiano tranquillamente munite di armi da taglio per
un uso difensivo, ma anche agricolo.
I giorni trascorrevano serenamente e l'ultima tappa si avvicinava sempre di più: Mount
Hagen, proprio nel centro della penisola.
Dopo un volo interno di 30 minuti (i peggiori della mia vita!) a bordo di un mini-aereo da
turismo mitragliato dalla ruggine e dal quale ammirai immense distese di prati, fiumi e
foreste, finalmente sospirando giungemmo a destinazione; qui assistemmo al famoso Mount
Hagen Tribal Show ovvero la "Sanremo" indigena dove in un vasto campo si
incontrano ogni anno le diverse tribù papuane per esibirsi nei loro costumi, maquillages,
danze, suoni e canti fino a fondersi le une con le altre in un concerto primordiale nel
quale si viene subito coinvolti.
Danzare con loro significa liberarsi totalmente della propria energia tribale che alberga
nel codice genetico di ognuno di noi, assopita dalla società moderna.
Ho rivissuto molte volte quelle giornate durante il viaggio di ritorno: quella vacanza mi
ha arricchito notevolmente nello spirito e nella conoscenza e a tutt'oggi ripenso alla
diversità di culture, di usanze, del modo di pensare di quei popoli a noi così remoti
nello spazio e nel progresso, ma che comunque hanno tanto da insegnarci.
Marisa Cecchetti
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